Pubblico un bel racconto, che raccomando, di una autrice a me cara, CinLotus che ringrazio per la concessione
Jeff Farber - artist
La rata di mutuo ogni mese, la benzina per andare al lavoro, le spese alimentari, tutto il resto. Ogni mese una lotta con lo stipendio fisso per riuscire a mettere da parte qualcosa. E d'altra parte tante rinunce, a tanti desideri. I soldi non fanno la felicità. Ma i soldi ti danno l'illusione di essere felice, di avere quello che gli altri hanno.
Da bambina amavo Topolino, ma era troppo costoso per le mie tasche, per le tasche dei miei genitori, non era una spesa possibile ogni settimana. Così ogni tanto lo rubavo all'edicolante del quartiere, un signore vecchio, con gli occhiali spessi, sono sicura che se ne accorgeva ma non mi ha mai detto nulla.
Sono impiegata, a stipendio fisso, nessuna possibilità di straordinario, di crescita, di carriera, nessun reddito extra. C'è solo un modo, un vecchio modo, un vecchio mestiere, per portare a casa qualche banconota extra.
200 euro. Me l'ha proposto lui. Io ho accettato. Anche se non sapevo se fosse poco o giusto. Ma per una volta, per una prima volta mi sembrava equo, potevo starci.
Lui ha quei 15-20 anni più di me, mai visto finora, l'età giusta e l'esperienza giusta per essere il porco di turno giusto, quello giusto per un'esperienza del genere.
"Ti pago come una puttana e ti faccio quello che voglio. Lo so che ti eccita." Lo sa. Perché è vero.
Mi dà appuntamento in un quattro stelle di fronte alla stazione centrale. Lo conosco, ci passo davanti ogni volta che vado a prendere un treno. Ha le vetrate trasparenti, da fuori si vede la hall e i numerosi divanetti di pelle chiara separati da tavolini. Passando osservo gli ospiti dell'hotel, mi domando sempre il motivo del loro soggiorno. Spesso sono uomini d'affari, vestiti con abito e cravatta, seduti rilassati sui divanetti, oppure al cellulare o al tablet. Anche loro hanno appena scopato una troia oppure ci stanno prendendo contatti?
Una mano sulla testa, pesante, mi piega a terra subito, in ginocchio, appena lo vedo, appena entra nella stanza in cui lo stavo aspettando. Me lo sbatte in bocca. Non si è lavato il porco. Prima di venire da me non si è lavato. Con la bocca piena faccio fatica ma riesco a respirare, riesco ad inspirare il suo odore, acre, sa di intimità, sa di uomo, sa di piscio. Quell'odore dal naso mi entra dentro, mi penetra dentro, più del sapore che sento attraverso le papille della lingua in movimento. Mi fa male la testa perché mi tiene i capelli tirati, mi tiene ferma e mi muove la testa a suo piacere, tirandomi per i capelli corti. Mi vuole soffocare, vuole vedermi diventare rossa per lo sforzo della bocca, per la mancanza d'aria, per la resistenza alla sensazione di soffocamento. Mi torna in mente un romanzo letto di recente sulla pena di morte. Una bambina di origine asiatica morta soffocata dallo sperma durante una violenza, dopo essere stata costretta ad un pompino da un uomo di colore. Le parole di quel libro si tramutano in immagini ed ora quella bambina sono io, sono io che sto soffocando, che sono tenuta ferma, è lui il porco, anzi no, è lui l'orco, il mio orco. Ma io non morirò, non soffocherò.
Ero fissata di non esser brava. Di essere inesperta nell'arte del sesso orale. Sì, vedevo i risultati, anzi, più che vederli li sentivo nella mia bocca, li sentivo crescere ed ingrossarsi, pulsare sempre di più, gonfiarsi tra le mie labbra ma non ero sicura di me, volevo di più. E così scrivevo, cercavo su Internet: anatomia maschile, come fare pompini, ecc. Guardavo con maggiore attenzione i video porno alla ricerca di movimenti particolari della lingua, della bocca, delle labbra. Ho imparato a calibrare i movimenti, ad alternarli con un effetto devastante per l'eccitazione, ho imparato ad applicare la suzione come un'arma, come un coltello in cui il manico è sempre tra le mie mani e posso affondarlo e ritrarlo come più voglio. E' per questo che io non soffocherò, per questo il suo odore mi penetra dentro e mi tocca ovunque, per questo si solleva le palle e trova la mia bocca spalancata il più possibile per accoglierle e massaggiargliele con le labbra.
"Bella figa" mi scriveva nelle mail. Così mi chiamava. Anche se sapevo che era il mio culo quello a cui aspirava. Ed è quello da cui inspira adesso il mio odore mentre, in ginocchio sul letto, come a quattro zampe, affonda il suo naso e poi la sua lingua contro il mio buco più scuro intanto che le sue dita di poco più in basso affondano senza attrito, scivolando in numero crescente, nella mia figa. Bella, sì, ma non la vuole, vuole il mio culo. Se lo prenderà con forza, con foga, forte dell'iniziale accordo economico. Ci sputa sopra, le dita abbandonano la figa e rimescolano la saliva sopra il buco, per aprirlo. I miei umori trascinati ovunque, la sua saliva scivolosa, le sue dita furiose, imperiose, prepotenti, trovano strada libera davanti a loro. Mi infila il medio, poi il pollice, più grosso, poi indice e medio, entrano fino in fondo, fino al palmo della mano, vorrebbe infilarla tutta, lo so, lo conosco, solo un'altra delle sue mille perversioni. Potrei farlo, con lui potrei riuscirci, a prenderla tutta, la mano, fino al polso, sentirla muovere dentro, rimescolarmi non solo l'intestino ma tutto il mio essere. Sarebbe ancora più sconvolgente, non credibile, di quello che sto facendo adesso, un altro limite che non avrei creduto di oltrepassare. Ma c'è tempo, e sarà un'occasione per chiedergli di più di quello che mi darà oggi.
Mi sale addosso, mi sale sulla schiena. E mi dà più fastidio il suo peso notevole da sopportare e non il suo cazzo notevole che ormai ha preso possesso del mio culo. A stento resisto con il peso sulle mani, mi tremano le braccia. A darmi la forza è il rumore. Non lo posso vedere, dietro di me, alle mie spalle, posso solo immaginarlo. I muscoli delle gambe tesi mentre si tiene su per montarmi e non crollarmi addosso. Il cazzo che fa entrare ed uscire completamente, per dilatarmi, e completamente lucido. Ma è il rumore a darmi forza. Quel sentire sbattermi contro, quel ripetitivo schiocco della carne contro i miei glutei, delle palle che mi sbattono contro ad ogni affondo. La mia ragione di vita in quel momento. L'unico motivo per cui respiro in quel momento. Vivo nell'attesa di sentirlo sborrare. Ma lui rallenta, è ansimante, così rallenta. Affonda più lentamente ma con più forza, mi sbatte così forte da farmi quasi crollare sul letto. Ogni inculata è un "Oh, Cinzia..." No, il mio nome no, non devi pronunciarlo, non si conosce il nome di una puttana. Non si sospira il suo nome mentre le riempi il culo di sborra senza pietà, come un animale.
Mi lascia col culo pulsante e dolorante e con quattro pezzi da 50 sul materasso. Avrei dovuto chiedere di più.
Si dice che ci si può rialzare solo quando si è toccato terra, che si può riemergere solo quando si è toccato il fondo e si è rischiato di annegare.
Ma sotto i miei piedi non c'è la terra dura, non c'è un fondo stabile. Io mi trovo come se fossi in riva al mare. Sai, come quando tieni i piedi nella sabbia bagnata del bagnasciuga ed ogni piccola onda che arriva a riva tocca i tuoi piedi e ritirandosi all'indietro, nel mare, tende a trascinarti con sé, a portarti via, lasciandoti con i piedi un po' seppelliti nella sabbia bagnata. Ad ogni onda ti ritrovi più affondato nella sabbia. Ad ogni onda ti occorre poi più forza per tirare via i piedi, per riemergere sulla terra stabile. Però ti piace sentire la sensazione di quei piedi che vanno sempre più giù, di quella sabbia che ti risucchia, come in ogni miglior pompino.
Ogni mio "sì" è stato come un'onda che mi ha trascinato via, che mi ha fatto affondare sempre un po' di più.
Ogni mio "no", detto a fatica, mi ha tenuto lontana da quelle sabbie mobili che pure ancora oggi tanto mi attraggono.

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