giovedì 7 giugno 2018

IL LADRO DI ANIME. racconto di AMBRA


Il ladro di anime

Vagava di notte in cerca di anime.
Anime femminili, anime colme di desideri irrealizzati e irrealizzabili, assopiti nell’intricato labirinto delle loro menti… quelli che ogni notte l’istinto risvegliava in ognuna di loro nel momento in cui i pensieri scorrono veloci e sfuggono quasi a qualsiasi razionalità… le teste adagiate sui cuscini, i lunghi capelli che giacciono ribelli e i pensieri che spingono audaci, colmi di fantasie che il giorno reprime.
Lui era lì in agguato, alla ricerca delle anime che avrebbero saziato la sua.
Era una continua ricerca, una continua spinta, il suo nutrirsi sempre più per colmare la sua fame, la sua sete di vita, lo sforzo nel sentirsi toccare dentro ancora e ancora, il rivivere gli spasmi di piacere nel suo ego procurati dal possedere fantasie non sue ma derubate alle ignare fanciulle.
Si infiltrava nelle loro menti possedendole, soggiogandole… entrava nel piccolo spiraglio, la crepa nella razionalità di ognuna… si insidiava come un tarlo, scavando paziente e sapiente e coltivandoci il giardino del peccato.
Ogni giorno una pianta vi cresceva, la mente delle giovani era sempre più turbata e vogliosa… i desideri disinibiti si radicavano nei loro animi come piante rigogliose che lui, al momento opportuno, sapeva cogliere.
Si nutriva così, dei frutti proibiti del loro intelletto… si nutriva delle loro anime.
Vorrete sapere il perché… il motivo di tanta foga… il suo vivere da tarlo psichico… sempre alla ricerca di qualcosa, ogni volta diversa, sempre più intensa e il suo ripetersi più e più volte, sempre affamato di sensazioni….
In realtà neanche lui sapeva bene cosa stava cercando.
Ma il motivo della sua ricerca era palese: rivivere più che poteva quel breve istante di godimento, non importava come, ma poter rievocare il piacere fino allo stordimento dei sensi.
Avviava la sua ricerca spasmodica di vita altrui… vita come droga… si assuefaceva, si ubriacava dei desideri delle sue prede per colmare la sua stessa vita, sempre in lotta, sempre a caccia.
Il suo era un continuo inseguire senza curarsi dell’ora, senza preoccuparsi del presente… e mentre si cibava il suo intelletto già aspirava ad altro… e dopo il primo morso l’anima acquisita perdeva già gusto per lui e la voglia di possederne ancora gli annebbiava di nuovo i pensieri.
Comprenderete bene… una vita così è una vita senza pace, senza tregua alcuna, senza gusto per ciò che si è conquistato, una vita di perenne attesa di un qualcosa che gli dei soli sanno se accadrà.
E in effetti viveva così… nella continua speranza di poter, un giorno, placare la sua anima.
Quella notte non era diversa dalle altre… era nuovamente in cerca di nutrimento mentre frugava la mente di una nuova giovane preda in cerca dello squarcio nella sua ragione.
Ma, sorpresa, entratovi vi trovò già un giardino tutto suo, colmo di desideri nascosti dietro le variopinte corolle dei fiori.
Tentò invano di coglierli e di cibarsi di quei frutti così invitanti ma gli steli e le corolle li proteggevano con forza di volontà d’acciaio.
Povero ladro… intravedeva i frutti di cui era gremito il giardino senza poterne cogliere alcuno.
Attraverso i petali trasparenti vedeva in flash i desideri inespressi… in una bellissima rosa rossa vide un bacio appassionato e mani che frugavano tra gli abiti, lingue avide che si cercavano e tra di loro Amore che spargeva la sua virtù….
Più in là altri fiori e altri desideri… il sambuco bianchissimo… un uomo non suo, la passione feroce, la ricerca di un piacere vietato all’animo legato a qualcuno… il tradimento.
E l’aquilegia con i suoi petali appuntiti che reggeva il frutto della vanità e dell’esibizionismo… il ladro vide uomini, molti uomini… intenti a godere, a spingere la pelle del prepuzio nel vedere la giovane mostrarsi a loro, denudarsi, distendersi e mostrare loro le sue intimità, senza che loro potessero toccarla o amarla.
Ancora oltre l’alloro… nei piccoli fiori dorati c’era la gloria e la potenza di un fallo eretto e l’ammirazione della giovane che, con la bocca, ne scopriva il glande e si accingeva a gustarne il sapore, a godere di sentirlo spingere nella sua bocca e scoppiare, sentire il suo seme caldo come lava scende dalle sue labbra e colare sui suoi seni.
Mille e altri ancora… fiori sparsi ovunque in quel giardino segreto… passo dopo passo il ladro vi si addentrava dimenticando la sua ricerca furiosa e sperando invano di assaporare anche solo uno dei frutti protetti da ciascun fiore.
Ad un certo punto vide una zolla vuota, poca terra smossa… e la vide ricomporsi pian piano davanti ai suoi occhi! L’erba spuntava esile per poi divenire lussureggiante, verdissima, lucente, mentre un debole arbusto s’ergeva esplodendo in punta con un nuovo fiore dai colori sgargianti del sole d’agosto e dai molteplici petali che schiudendosi rivelavano una nuova gemma peccaminosa: la calendola, il fiore del dolore, una fantasia contorta era racchiusa in lei… un uomo che prendeva la giovane contro la sua volontà, che la scopriva e la penetrava, che si spingeva forte dentro lei facendola godere mentre invano si divincolava….
Ma il ladro, uomo smaliziato che aveva vissuto mille vite e conosciuto ogni forma di perversione, non ebbe paura del malefico fiore… piuttosto… invidia, invidia per non essere stato lui a seminarlo, ma al contempo piacere di aver scoperto un sì fatto giardino e di poter godere della bellezza dei frutti.
Ma come ovviare alla sua necessità di cibarsi? Il ladro, uomo scaltro, allora pensò di coltivare il suo fiore, sperando così di poterlo cogliere un giorno e assaporarne il gusto, non solo morderlo ma gustarlo integralmente nella sua essenza, assaporarne ogni sfumatura di sapore, ogni fragranza promanata… e iniziò.
Col passare del tempo gli altri giardini persero significato, le anime delle giovani non venivano più turbate nei momenti di fuga dei loro pensieri audaci e il ladro divenne sapiente giardiniere.
Egli sapeva che un giorno non lontano avrebbe colto il frutto coltivato in quel giardino, ne era certo e quel momento arrivò: un profumatissima perla profumata e azzurrina dalle molteplici striature blu nel fiore della veronica, il fiore dell’addio. Colse il primo frutto dell’anima in quel giardino e lo portò prima al naso, poi alla bocca… ci passò sopra la lingua e d’un tratto ne sentì il sapore e sentì… cosa sentì?
In realtà… lui non lo disse… ma il suo sguardo s’illuminò all’improvviso e trovò una piacevole, seppur temporanea, pace.
Vi chiederete allora il perché di tutto ciò?
Perché coltivarne il frutto con tanta pazienza per poi non aver ottenuto la sazietà eterna cui anelava?
Ebbene da tutto ciò una lezione apprese: che il domani non ha più realtà di un sogno, che le vere risposte sono date nell’istante del presente.
Fu così che capì l’importanza di assaporare il presente, cercando il futuro senza rincorrerlo.

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