Il ladro di anime
Vagava di notte in cerca di anime.
Anime femminili, anime colme di
desideri irrealizzati e irrealizzabili, assopiti nell’intricato
labirinto delle loro menti… quelli che ogni notte l’istinto
risvegliava in ognuna di loro nel momento in cui i pensieri scorrono
veloci e sfuggono quasi a qualsiasi razionalità… le teste adagiate
sui cuscini, i lunghi capelli che giacciono ribelli e i pensieri che
spingono audaci, colmi di fantasie che il giorno reprime.
Lui era lì in agguato, alla ricerca
delle anime che avrebbero saziato la sua.
Era una continua ricerca, una continua
spinta, il suo nutrirsi sempre più per colmare la sua fame, la sua
sete di vita, lo sforzo nel sentirsi toccare dentro ancora e ancora,
il rivivere gli spasmi di piacere nel suo ego procurati dal possedere
fantasie non sue ma derubate alle ignare fanciulle.
Si infiltrava nelle loro menti
possedendole, soggiogandole… entrava nel piccolo spiraglio, la
crepa nella razionalità di ognuna… si insidiava come un tarlo,
scavando paziente e sapiente e coltivandoci il giardino del peccato.
Ogni giorno una pianta vi cresceva, la
mente delle giovani era sempre più turbata e vogliosa… i desideri
disinibiti si radicavano nei loro animi come piante rigogliose che
lui, al momento opportuno, sapeva cogliere.
Si nutriva così, dei frutti proibiti
del loro intelletto… si nutriva delle loro anime.
Vorrete sapere il perché… il motivo
di tanta foga… il suo vivere da tarlo psichico… sempre alla
ricerca di qualcosa, ogni volta diversa, sempre più intensa e il suo
ripetersi più e più volte, sempre affamato di sensazioni….
In realtà neanche lui sapeva bene cosa
stava cercando.
Ma il motivo della sua ricerca era
palese: rivivere più che poteva quel breve istante di godimento, non
importava come, ma poter rievocare il piacere fino allo stordimento
dei sensi.
Avviava la sua ricerca spasmodica di
vita altrui… vita come droga… si assuefaceva, si ubriacava dei
desideri delle sue prede per colmare la sua stessa vita, sempre in
lotta, sempre a caccia.
Il suo era un continuo inseguire senza
curarsi dell’ora, senza preoccuparsi del presente… e mentre si
cibava il suo intelletto già aspirava ad altro… e dopo il primo
morso l’anima acquisita perdeva già gusto per lui e la voglia di
possederne ancora gli annebbiava di nuovo i pensieri.
Comprenderete bene… una vita così è
una vita senza pace, senza tregua alcuna, senza gusto per ciò che si
è conquistato, una vita di perenne attesa di un qualcosa che gli dei
soli sanno se accadrà.
E in effetti viveva così… nella
continua speranza di poter, un giorno, placare la sua anima.
Quella notte non era diversa dalle
altre… era nuovamente in cerca di nutrimento mentre frugava la
mente di una nuova giovane preda in cerca dello squarcio nella sua
ragione.
Ma, sorpresa, entratovi vi trovò già
un giardino tutto suo, colmo di desideri nascosti dietro le
variopinte corolle dei fiori.
Tentò invano di coglierli e di cibarsi
di quei frutti così invitanti ma gli steli e le corolle li
proteggevano con forza di volontà d’acciaio.
Povero ladro… intravedeva i frutti di
cui era gremito il giardino senza poterne cogliere alcuno.
Attraverso i petali trasparenti vedeva
in flash i desideri inespressi… in una bellissima rosa rossa vide
un bacio appassionato e mani che frugavano tra gli abiti, lingue
avide che si cercavano e tra di loro Amore che spargeva la sua
virtù….
Più in là altri fiori e altri
desideri… il sambuco bianchissimo… un uomo non suo, la passione
feroce, la ricerca di un piacere vietato all’animo legato a
qualcuno… il tradimento.
E l’aquilegia con i suoi petali
appuntiti che reggeva il frutto della vanità e dell’esibizionismo…
il ladro vide uomini, molti uomini… intenti a godere, a spingere la
pelle del prepuzio nel vedere la giovane mostrarsi a loro, denudarsi,
distendersi e mostrare loro le sue intimità, senza che loro
potessero toccarla o amarla.
Ancora oltre l’alloro… nei piccoli
fiori dorati c’era la gloria e la potenza di un fallo eretto e
l’ammirazione della giovane che, con la bocca, ne scopriva il
glande e si accingeva a gustarne il sapore, a godere di sentirlo
spingere nella sua bocca e scoppiare, sentire il suo seme caldo come
lava scende dalle sue labbra e colare sui suoi seni.
Mille e altri ancora… fiori sparsi
ovunque in quel giardino segreto… passo dopo passo il ladro vi si
addentrava dimenticando la sua ricerca furiosa e sperando invano di
assaporare anche solo uno dei frutti protetti da ciascun fiore.
Ad un certo punto vide una zolla vuota,
poca terra smossa… e la vide ricomporsi pian piano davanti ai suoi
occhi! L’erba spuntava esile per poi divenire lussureggiante,
verdissima, lucente, mentre un debole arbusto s’ergeva esplodendo
in punta con un nuovo fiore dai colori sgargianti del sole d’agosto
e dai molteplici petali che schiudendosi rivelavano una nuova gemma
peccaminosa: la calendola, il fiore del dolore, una fantasia contorta
era racchiusa in lei… un uomo che prendeva la giovane contro la sua
volontà, che la scopriva e la penetrava, che si spingeva forte
dentro lei facendola godere mentre invano si divincolava….
Ma il ladro, uomo smaliziato che aveva
vissuto mille vite e conosciuto ogni forma di perversione, non ebbe
paura del malefico fiore… piuttosto… invidia, invidia per non
essere stato lui a seminarlo, ma al contempo piacere di aver scoperto
un sì fatto giardino e di poter godere della bellezza dei frutti.
Ma come ovviare alla sua necessità di
cibarsi? Il ladro, uomo scaltro, allora pensò di coltivare il suo
fiore, sperando così di poterlo cogliere un giorno e assaporarne il
gusto, non solo morderlo ma gustarlo integralmente nella sua essenza,
assaporarne ogni sfumatura di sapore, ogni fragranza promanata… e
iniziò.
Col passare del tempo gli altri
giardini persero significato, le anime delle giovani non venivano più
turbate nei momenti di fuga dei loro pensieri audaci e il ladro
divenne sapiente giardiniere.
Egli sapeva che un giorno non lontano
avrebbe colto il frutto coltivato in quel giardino, ne era certo e
quel momento arrivò: un profumatissima perla profumata e azzurrina
dalle molteplici striature blu nel fiore della veronica, il fiore
dell’addio. Colse il primo frutto dell’anima in quel giardino e
lo portò prima al naso, poi alla bocca… ci passò sopra la lingua
e d’un tratto ne sentì il sapore e sentì… cosa sentì?
In realtà… lui non lo disse… ma il
suo sguardo s’illuminò all’improvviso e trovò una piacevole,
seppur temporanea, pace.
Vi chiederete allora il perché di
tutto ciò?
Perché coltivarne il frutto con tanta
pazienza per poi non aver ottenuto la sazietà eterna cui anelava?
Ebbene da tutto ciò una lezione
apprese: che il domani non ha più realtà di un sogno, che le vere
risposte sono date nell’istante del presente.
Fu così che capì l’importanza di
assaporare il presente, cercando il futuro senza rincorrerlo.
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