giovedì 29 agosto 2019

IL FAMIGLIO. (Il Famèi) Racconto completo.










IL FAMIGLIO.
(Il Famèi)



 




RACCONTO EROTICO
DI TIBET.







Il Famèi. La prima donna.

Nota dell'autore: Il “famèi”, termine dialettale che sta per “famiglio” (servo di casa, di famiglia), è stata una figura della società contadina del nord Italia nel tempo tra fine secolo XIX e l'inizio della seconda guerra mondiale. Il fenomeno era frutto di una povertà diffusa in cui l’alto numero di figli (e quindi delle tante bocche da sfamare) determinava la necessità di “darli in affitto” presso famiglie più agiate in cambio del solo vitto e alloggio.

Il famèi.
Io e la mia famiglia eravamo arrivati a detestarci, avevo sempre più la tentazione di commettere una strage, sterminarli tutti e già stavo rimuginando come. I miei genitori, che ci avevano sconsideratamente messi al mondo a me e ai miei fratelli, ora ci rimproveravano di esistere.
Così... dopo aver frequentato la sesta e la settima classe elementare che in effetti era solo una continua ripetizione della quinta, il giorno della fiera dell'Annunciazione, il 25 marzo, mi presentai, assieme ad altri, per offrirmi a servizio come famiglio, dei mediatori mi scelsero, come sceglievano il bestiame e mi misero a servizio per quegli anni presso famiglie agiate, tutto questo fino al giorno di San Martino, nel quale tornavo a casa e rientravo pienamente nel clima familiare infelice come sempre.
Ai diciassette anni gestii io il mio futuro e mi assunse direttamente un grosso contadino che trattava luppolo, malto, orzo e aveva un modesto birrificio artigianale. Un latifondista con molto terreno agricolo intorno ma che l'aveva dato a mezzadria in cambio di parte dei prodotti. Lasciai quindi definitivamente e con sollievo la famiglia per questa nuova condizione.
Il birrificio non era poi granché, una vecchia fattoria isolata nella campagna, un grande magazzino dove era stipata la materia prima e lì mi disposero a dormire. Una stanzetta sotto il tetto con un abbaino, un letto. Caldissima.
Non ci lavoravano molte persone, il padrone, mastro birraio e commerciante, la moglie, due figlie che aiutavano, alcune donne della mezzadria che lavoravano a chiamata e io.
Il mio lavoro era scaricare quando arrivava il materiale, disporlo nel magazzino, prepararlo per la vendita e portarlo, quando mi era richiesto, al locale dove facevano la birra, aiutare lì il padrone, caricare e scaricare le botti.
Mangiavo con loro ma in disparte, alla fine mi trattavano con sufficienza, ero e sarei stato solo un servo.
Poi...
La sera, dopo il lavoro, mi lavavo all'aperto sotto il getto di una fontana, acqua freddissima di una sorgente che veniva anche usata per la birra, mi spogliavo fino a restare in mutande e mi toglievo il sudore e la polvere della giornata.
Quella sera mi accorsi di essere osservato, le due figlie dei padroni, ragazze di quindici e quattordici anni, erano nascoste appena dietro l'angolo del fabbricato e mi guardavano. Non so davvero quale stimolo di esibizionismo perverso esplose nella mia mente, so che immediatamente mi eccitai e il cazzo diventò una sbarra di carne, mai avrei immaginato il piacere che provai nell'espormi, con decisione tolsi anche le mutande e presi a lavarmi il cazzo duro, scappellavo e ricoprivo la verga mostrandolo sempre di più. Ora mi stavo proprio masturbando con decisione, mostravo loro il cazzo in tutta la sua eccitazione, era proprio dedicato a loro il mio piacere e alla fine sborrai, diversi getti di sborra e loro, forse soddisfatte, sparirono.
La cosa si ripeté ogni volta che le vedevo in osservazione, godevo dell'interesse che mi mostravano salvo ritornare ad una loro totale indifferenza durante l'altro tempo. Godevo nel mostrarmi, mi bastava.
Il cambiamento capitò tutto in quel periodo, portando dei sacchi di luppolo in birreria vidi il padrone, un grosso uomo pelosissimo, prendere una delle lavoranti a giornata, farla chinare, alzarle l'ampia gonna e prenderla con forza, colpi secchi e rapidi, l'amplesso non durò moltissimo, pochi istanti ed era tutto finito poi si ricomposero e tornarono al lavoro. E capii che il padrone esigeva la cosa da tutte coloro che venivano a servizio. La cosa non mi eccitò affatto, loro non erano molto gradevoli e poi? Troppo rapida, ma quello che capitò il giorno successivo?
Arrivò un carico di luppolo, fu la moglie a riceverlo, io e il carrettiere portavamo dentro i sacchi e lei li contava, poi? Ad un tratto scomparvero, sia lui che lei e sentii gemiti e sospiri da dietro una catasta di sacchi. Guardai… lei con la gonna alla vita e le gambe larghe alte e lui sopra che la stava penetrando con tutta la sua forza con i calzoni ai piedi e il culo nudo. Beh... a vedere quelle gambe candide e dondolanti, sentire i gemiti di lei e i grugniti di lui in un attimo il cazzo mi diventò di pietra. Restai a guardarli fino a coito finito, lui che levò il cazzo sborrato, lei con la fica che rilasciava il suo contenuto che scendeva sulle cosce, vidi chiaramente il rosa intenso dell'interno della fica aperta e il vello scuro che la circondava. Una visione che prese a tormentarmi in ogni istante delle giornate successive.
Questa situazione, le ragazzine che mi guardavano, il padrone che scopava le lavoranti e la padrona i carrettieri mi mosse la voglia di far finire finalmente la mia verginità, non mi bastava più la continua masturbazione che praticavo.
Le ragazzine erano fuori portata, il padrone mostrava nei loro confronti una gelosia parossistica, le cercava, le controllava, non vedevo come riuscire a mettere le mani sotto la loro gonna, ma la padrona? Donna di una quarantina di anni, procace e formosa che aveva dimostrato una libidine evidente, tanto evidente che non mi faceva dormire.
Ora mi masturbavo con molta frequenza, con tutta la voglia e forza della mia gioventù.
Pensai e ripensai a come arrivarci alla sua fica, un ricatto diretto con la minaccia di dirlo al marito? Oppure un procedere più sottile?
Mi stavo tormentando la mente su questo.
Dentro il magazzino dove era stivato il luppolo e l'orzo era particolarmente caldo, giravo a torso nudo e spesso il sudore mi rigava la pelle coperta di polvere.
La padrona, quando era presente, portava di solito una blusa bianca con il grosso seno senza sostegno e una gonna leggera e ampia sotto la quale immaginavo non portasse altro e questo mi faceva impazzire di desiderio.
Quanto desideravo alzarle la gonna e arrivare alla sua fica che pensavo odorosa e bagnata! E quelle grosse tette pesanti che mi vedevo baciare, mordere e succhiare?
Quel pomeriggio lei era nel magazzino, seduta, sventagliava l'ampia gonna cercando di rinfrescare quanto copriva. La blusa era slacciata e mostrava la rotondità del seno, grosso e bianco, io che avevo finito di impilare dei sacchi, mi avvicinai.
-Padrona...-
-Che c'è...?-
-Devo dirti una cosa...-
-E dimmela...-
-T'ho vista scopare con quel carrettiere, ho visto le tue cosce, ho visto la tua fica e da allora non dormo più, mi sto uccidendo di seghe...-
-Cosa stai dicendo? Ma non è vero!-
-Ho visto... tutto. Ma non intendo certo fare la spia, non ne parlerò con nessuno, prometto.-
-E cosa vuoi?-
-Voglio masturbarmi guardandoti, senza la blusa per guardarti le tette, che alzi la gonna e mi mostri la fica, io che mi masturbo fino a sborrare... -
-Ma quanto sei porco... va bene, lo faccio ma tu mi assicuri il tuo silenzio su tutto.-
Si levò rapidamente la blusa e le sue tette scoppiarono nella loro opulenza! Grosse e pesanti, candide, con i capezzoli scuri e turgidi.
Il cazzo mi si indurì istantaneamente, lo estrassi e presi a masturbarmi piano, non volevo godere troppo presto, volevo godermi lo spettacolo completo.
Alzò la larga gonna, come avevo intuito era nuda sotto, mostrava le cosce e il ventre, la fica incorniciata dal pelo. Lucida da quello che immaginavo fosse sudore e umori e il pelo bagnato? Quanto avrei voluto sentire da vicino l'odore e leccare il sapore!
Avanzai di un passo verso di lei che ora si stava massaggiando le grosse tette.
-Padrona... sei bellissima...-
-Vuoi vedermi da più vicino? Avvicinati...-
Lo feci fino a esserle ad un passo, continuando a menarmi lentamente, scoprivo e ricoprivo la cappella.
Lei aveva ora incatenato i suoi occhi sul mio cazzo.
-Hai un bel cazzo... famèi, proprio bello...-
-E tu… padrona, hai una meraviglia di tette, una fica bellissima...-
-Aspetta... andiamo dietro la catasta dei sacchi, qui possono sorprenderci...-
La seguii sempre menandomi il cazzo, lei precedendomi aveva alzato alla vita la gonna e ora mi mostrava un culo immenso! Larghe chiappe candide con una valle fra loro profonda e infinita.
Si distese su alcuni sacchi, tette scoperte… gonna alla vita e gambe larghe.
-Mettiti fra le mie gambe… vicino… guardami… dimmi che ti piace… vuoi che mi tocco per te?-
Iniziò a passare le dita sul suo solco aperto, apriva le labbra per mostrarmi meglio il suo interno, si accarezzava il suo grosso clitoride.
Ero in ginocchio e il suo odore, forte e speziato, mi ubriacava.
-Dimmi… me la vuoi leccare la fica?-
-Oh si…! Padrona! Si!-
Come descrivere a posteriori la pazzia che mi prese quando incollai la bocca alla sua fica?
Frenesia pura! Quell'odore di mare, di selvatico, di animalesco e… quello appena appena nascosto ma esistente del suo pisciare?
Fortissimo, denso, tanto da drogarmi!
Leccai e leccai… trovai subito sotto la lingua il suo grosso clito e per puro istinto sessuale presi a tormentarlo, baciandolo, succhiandolo, mordendolo, presto mi accorsi della sua risposta, si inarcava, spingeva il ventre contro la mia bocca, mi tirava a sé tenendomi la testa.
Mi diede il mio primo orgasmo di donna! Fantastico!
La sua fica ora era una vera fontana e ne succhiavo il prodotto, un fiume di miele denso e biancastro, trasparente.
La mia mano? Continuavo a menarmi il cazzo, ma… aspettavo per godere! Non volevo affrettare nulla, volevo goderla fino alla conclusione, la sua fica!
L'altra? Era su una sua tetta, grossa e morbida, che strapazzavo e strizzavo, tiravo e torturavo il grosso capezzolo.
Mi staccò a forza dalla sua fica! Io avrei continuato a leccarla fino a consumami la lingua!
Mi staccò urlando!
-Mettilo dentro! Mettilo dentro!-
In ginocchio… tenendolo con la mano mi approssimai, ma fu lei, alzandosi sul busto e prendendomi con la sua mano a far tutto! Strofinò la cappella sulla fica aperta e lo spinse dentro di sé!
La mia prima fica! Come descrivere l'attimo della penetrazione? Il primo momento?
Sentirmi aprirla, sentirmi preso dentro di lei, arrivare poi a riempirla completamente, ad essere tutto dentro e poi… le sue spinte pelviche e le mie che spingevo all'unisono!
Durai pochissimo, pochi colpi e le sborrai dentro. Fortuna fu che anche lei venne nello stesso momento!
Un altro orgasmo di donna! Mio!
Era piena di me ora, alzandosi le scivolò sotto di sé un gocciolare di sborra. Cercò di tamponare con la mano non riuscendoci, l'avevo davvero riempita!
Si riassettò brevemente.
-Aspettami… devo rientrare a casa… non muoverti da qui!-
Capii al suo ritorno che si era lavata e ricomposta, forse controllato che il marito o le piccole streghe delle figlie non fossero in giro.
-Ragazzo! Ascoltami... d'ora in avanti non mi sborrerai più dentro! Lo leverai prima di venire, capito? E non prenderai mai nessuna iniziativa, deciderò io quando e come scopare. È chiaro? E stai attento alle due befane, sono maligne.-
-Adesso... Padrona? Una veloce...-
-Porco... come sai stuzzicarmi, eh? Dai veloce... prima aspetta un attimo che controllo fuori.-
Rientrò, mi prese per la mano e mi tirò impaziente al riparo di sguardi inopportuni, si chinò in avanti appoggiando le mani ai sacchi, fui io ad alzarle la gonna e appuntarla alla sua cintura, il culo che mostrava così era uno spettacolo! Dio! Burroso, largo, sensualissimo.
Il cazzo lo avevo già in mano, non feci che strusciarlo un attimo fra le sue cosce che ella stessa mi fagocitò dentro! Mi sentivo in un vortice di piacere mentre le martellavo le chiappe burrose con i miei lombi! Spingevo come un pazzo mentre lei mi incitava, mi urlava di far presto, di farla godere! Sentii che si stava toccando per poter arrivare prima all'orgasmo e appena goduto, me ne accorsi dai gemiti e dal suo inarcarsi, si staccò, fece scendere la gonna e si allontanò in fretta, dicendomi che ci saremmo visti a cena.
Restai lì... senza aver goduto o meglio goduto di aver posseduto una femmina così straordinaria e pensando al suo largo culo candido arrivai a sborrare sullo stesso sacco che l'aveva sostenuta.
Capii nei giorni successivi il divieto di venirle dentro, in cucina teneva un calendario di non so che santo, che riportava delle crocette in diversi colori, nere per lei, colorate per le figlie e indicavano i loro giorni del ciclo. Solo nei giorni in prossimità del ciclo, poco prima e subito dopo si faceva sborrare dentro, sicura di non restare pregna.
Il periodo che seguì questo fatto fu vissuto in maniera spasmodica, lei era più spesso in magazzino che a casa a seguire i lavori domestici e scopavamo in più occasioni, ma sempre sotto la spada di Damocle di essere sorpresi dalle figlie o dal marito. Anche più volte al giorno avveniva il congiungersi, contatti rapidi e brucianti, lei godeva e scappava in casa, poi tornava e si ricominciava il ballo.
Avevo smesso di fare l'esibizionista con le ragazzine, non mi interessavano più, le vedevo femmine incomplete, poco seno, poco culo, poco interessanti. Ma non avevo tenuto conto di quanto potevano essere intuitive e alla fine furono proprio loro a causare la fine del rapporto con la loro madre e la mia partenza. La paura che potessero scoprire tutto.
Ma il fatto che fece tornare alla ragione la loro madre non fu causato da loro, no. Un pomeriggio mentre eravamo dietro a dei cumuli di sacchi di luppolo e la stavo possedendo selvaggiamente da dietro, sentimmo urlare!
Era il padrone che la cercava, gridava e chiedeva dove fosse, il perché non era mai in casa! Fortuna volle che non si inoltrò nel magazzino ma che ne uscì quasi subito.
La sera stessa, a cena, la riprese duramente chiedendole il perché non fosse mai presente, al quale richiamo lei rispose in maniera non convincente, mentre le due streghette mi guardavano come se intuissero cosa stava accadendo a casa loro, fra me e la loro madre.
Insomma... si stava giocando qualcosa di pericoloso, il padrone era geloso di quanto possedeva, beni, terreno e femmine e era in grado di essere violento, molto violento.
Mai dissi alla padrona che lui stesso la tradiva con le contadine
in mezzadria, non ne vedevo l'opportunità.
Il giorno successivo... finì rapidamente tutto. Lei venne in magazzino e mi porse una banconota, si trattava di cinquanta lire, somma considerevole per quell'epoca, ingiungendomi di andarmene subito, non era possibile continuare, rischiavamo troppo ambedue.
Fui d'accordo, convinto che non poteva essere diversamente, presi le mie poche cose e me ne andai.
Fu la mia prima donna.

Il Famèi. La seconda donna.

Cinquanta lire! Nel 1910?
Probabile che la padrona avesse pescato a caso la banconota nel cassetto dei soldi nella fretta di farmi andar via!
Non era certo una fortuna, ma per me che di soldi avevo visto solo monetine di pochi centesimi? Insomma mi si apriva un mondo assolutamente nuovo e pieno di desideri da poter soddisfare.
Il primo fra tutti? Il sogno di ogni giovane, andare nel bordello municipale e scopare! Avevo sentito i racconti mirabolanti dei compagni più grandi del paese che ci erano stati, uno poi… che raccontava con tutti i particolari delle scopate con una puttana napoletana con il culo enorme.
Lui raccontava e noi… che ascoltavamo le sue imprese, lo seguivamo come i topolini seguivano il Pifferaio Magico, ma anziché condurci in riva al mare per annegarci come nella fiaba, ci guidava al campo di cocomeri e qui… ognuno prendeva la sua anguria, a suo gusto… chi la voleva grossa come il culo della napoletana del casino, chi snello come quello magari della sorella che era l'indirizzo della sua masturbazione quotidiana, con il coltello si praticava un buco e poi si ficcava il cazzo…
Ecco a cosa pensavo mentre raggiungevo la città a piedi, sapevo i prezzi della "veloce", della "doppietta" e di tutta la serie, ma quello che volevo io? La "mezzora" che costava tre lire e cinquanta, ma per principianti, militari e studenti… c'era uno sconto, bisognava solo andarci nei tempi di poco lavoro per le puttane e si otteneva. Io… in mezz'ora potevo farne due sicuro e forse tre!
Camminando, camminando ci arrivai in città e da subito iniziai a mettere in pratica i miei propositi. Per dormire? "L'Albergo dei poveri", per mangiare una delle varie mense gratuite o quasi, ma subito? Una visita al bagno diurno della stazione e il barbiere, spesa? Sessanta centesimi.
E infine per quella giornata una visita dal robivecchi, mi ero irrobustito nel tempo trascorso dal birraio, il lavoro pesante, il vitto costante… insomma i panni mi erano diventati stretti e comunque lisi dall'uso e li sostituii con abiti usati.
Lo specchio del robivecchi mi restituii un'altra immagine di me, i capelli lucidi e impomatati, i sottili baffetti mi davano un aspetto civile, non sfiguravo più nei confronti dei cittadini.
Passai la sera mangiando e poi bevendo un bicchiere di vino in osteria, soli uomini i presenti e parlavano delle puttane del casino, tutti concordavano sulle virtù di una certa Marta, calda e dalla fica strettissima, ti faceva venire in un attimo, dicevano, ti strizzava dentro il cazzo e non avevi scampo! Mi inserii e chiesi della puttana napoletana, c'era ancora? Quella dal culo enorme che aveva causato tutte le mie chiavate sulle inconsapevoli angurie.
Ancora la ricordavano… la Nora! Gran scopatrice ma si era trasferita a far la vita in chissà quale città.

Il casino.
Il puttanismo è vecchio come il mondo, senza considerare che scopare nei falsi e puritani paesi cattolici è da sempre considerato un peccato mortale, poi se non scopiamo per prolificare noi, uomini comuni, ci sono sempre preti, vescovi, cardinali e papi puttanieri che possono inseminare tante donne in fregola da popolare loro il mondo e ancora? Meglio scopare in casino che una moglie che scodella figli con la frequenza di una coniglia e mette al mondo infelici che non hanno da mangiare.
Ecco cosa pensavo mentre attendevo che il casino aprisse le porte, era ormai il primo pomeriggio ma avevo voglia fin dalla sera prima, mi incuriosiva la Marta, quella dalla fica stretta, che sapeva strizzarti il cazzo.
Come il portone si aprì mi precipitai dentro!
C'era una signora grassa dietro il banco, la tenutaria o la maitresse come voleva essere chiamata, che prese a ridere.
-Che precipitazione, giovanotto! Si vede che hai il diavolo nei pantaloni!-
-Signora... chiedo scusa, è la prima volta che vengo...-
-Un principiante!-
E rivolta ridendo alle donne svestite che sedevano in sala.
-Voi... nessuna vuole fare da nave scuola a questo bel ragazzo?-
-Signora... vorrei la Marta. Una mezz'ora e ho diritto allo sconto...-
-La Marta? Deve ancora scendere, stanotte l'hanno tenuta occupata fino alla chiusura, è la nostra signorina più richiesta, puoi aspettarla. Se cambi idea... dimmelo.-
Mi sedetti quindi sul divano che occupava tutta una parete e presi a guardare le donne presenti.
Le guardai e le riguardai, erano parzialmente svestite, solo il seno totalmente scoperto.
Belle tette... piene e grossi culi. Le guardavo e mi eccitavo, ormai il cazzo spingeva contro il tessuto dei pantaloni da essere visibile, avevo adocchiato una bruna come alternativa alla Marta, mi sembrava la più bella e adatta a me... quando lei, Marta, scese le scale.
Era la più giovane e indubbiamente la più bella, bel corpo, bei capelli e bel viso. Mi alzai in piedi per avvicinarla, ma fu la maitresse ad avvisarla.
-Marta... sei attesa. Questo giovanotto ti ha prenotato.-
E mi indicò.
Come girò il viso verso di me... la riconobbi. Era la Francesca, la figlia più grande dei B., altra famiglia poverissima del mio paese, era stata in classe con me nella ripetizione della quinta elementare fino ai dodici anni, maggiore di me di due anni ed era stata anche lei una famèi.
Non mostrai di riconoscerla, mi avvicinai al banco.
-Un'ora... Signora. Con la Marta...-
-Prezzo speciale per te... sei lire. Consegna la marchetta alla Marta.-
La seguii per le scale, ammirando le movenze del suo culo, un movimento altalenante delle belle chiappe e a volte la rapida visione del suo pelo nero.
Entrammo nella sua stanza, prese dalle mie mani la marchetta e la ripose, si girò verso di me…
-Hai saputo di me… in paese? Ne parlano?-
-No… manco da paese da mesi, un puro caso… mi fa piacere vederti…-
-Vieni… parliamo dopo, sei venuto per scopare, no? Non perdiamo tempo, spogliati.-
Intanto aveva versato dell'acqua da una brocca in un catino, mi avvicinai e prese a lavarmi il cazzo, era il modo delle puttane per controllare se il cliente non avesse scolo o creste di gallo.
-Hai un bel cazzo... e mi sa che fra un attimo mi sborri in mano. Sei carico... ahah! Che ne dici se ti faccio venite in bocca? Con la fame che hai neanche ti si smolla il cazzo!-
Mi si inginocchiò davanti e prese e sbocchinarmi! Cavolo... se era brava! Leccava e lo prendeva tutto in gola e aveva ragione sul giudicarmi poco prima. Un minuto e venni copiosamente nella sua bocca. Sputò il tutto in una bacinella e tornò a lavarmi. E... il cazzo era sempre duro come aveva previsto.
-Come vuoi farlo? Preferenze?-
Volevo tutto, provare tutto con lei, da sopra... premendo con il petto sulle sue belle tette, da dietro... sbattendo forte sul suo culo, ma fu lei a decidere.
-La prima? Ti scopo io... ti cavalco. Ti faccio godere piano... vedrai, te lo strizzo il tuo bel cazzo e ti svuoto completamente, ti spremo!-
E lo fece e lo fece durare, oh... raccontare il modo sublime con il quale sapeva lavorare con la fica? Premeva e rilasciava le pareti e portava davvero il cazzo in paradiso. Intanto la palpavo, palpavo le belle tette, la stringevo ai fianchi, le palpavo il bel culo.
E mi portò all'orgasmo! E quanto urlai liberando tutta l'aria che avevo trattenuto nei polmoni.
La terza da dietro! Ho sempre amato questa posizione, la visione della sinuosità del culo, l'ampia curva che si apre dalla vita sottile nelle anche e infine nelle natiche?
Quattro volte sborrai in quell'ora abbondante con una pausa fra la terza e la quarta, pausa nella quale parlammo un po', parlò quasi sempre lei, si raccontò, come in uno sfogo rabbioso verso il mondo.
Era una storia abbastanza comune per le famèi, cioè succedeva, non era il mondo cattivo con noi, noi subivamo le persone.
Fu presa a servizio da una famiglia agiata come domestica a costo zero, una serva a titolo gratuito da sfruttare. Solo che questa volta subentrò il sesso, fu violentata dal padrone e il sesso con lui continuò per tutto il tempo, si illuse o meglio lui l'illuse, una illusione dimostratasi vana e crudele ma per tutto il tempo sperò di poter avere di più, sbagliando. E si accorse che le piaceva il sesso con lui, anche la sottomissione, anche la violenza e che lo amava ma tutto precipitò quando si accorse di essere incinta, come ne parlò fu cacciata dalla casa sui due piedi.
Un figlio che voleva tenere la portò presto a far la puttana nel casino, guadagnava abbastanza da farlo tenere a balia da una donna di un paese vicino, si... ogni suo guadagno serviva per il bambino. Non si rifiutava mai, per quanto stanca, non le interessava il numero di uomini che la possedevano, non ne vedeva il viso, non pensava... le interessava il denaro per il piccolo.
La sua storia mi fece capire che per una famèi essere femmina era ancora più pesante e devastante.
Avevo il freddo nel cuore per il dispiacere che provavo e lei nel lasciarmi.
-La prossima volta... prendi la notte intera e ti farò ogni cosa, mi potrai avere in ogni posizione e modo, mi serve ogni centesimo che guadagno e se mi darai altre cinque lire... ti farò un regalo speciale.-
E girandosi mi fece capire cosa intendesse, il pagare per la notte e le ulteriori cinque lire mi avrebbe dato l'opportunità di avere il suo culo, che strizzava il cazzo quanto e come la sua fica.
Ma il rapporto con lei era devastante e finì con quella notte speciale, troppo dolore per il suo percorso, per la dedizione assoluta con la quale si sacrificava per il bambino.
E... comunque troppo costosa, al di fuori delle mie possibilità, da lì a poco avrei dovuto combattere per la mia sopravvivenza.
Tornai... al casino? Quando ci tornai non c'era più e non la cercai.
Lei fu la mia seconda donna.


Il Famèi. L'ultima donna.

Inverno 1910/11. La contessa.

Non che pensassi che le cinquanta lire durassero in eterno ma erano state per un po' di tempo una specie di sostegno e viatico virtuale alle mie vicissitudini, che avevano poi visto una serie di lavori saltuari e mal pagati e il mio subire la fame e il freddo.
Con l'inverno avevo trovato una sistemazione presso un deposito-rivendita di legna e carbone. Pochi centesimi al giorno di paga ma potevo dormire nella baracca del deposito dato che facevo anche il guardiano contro i furti notturni, mentre durante il giorno provvedevo alla consegna della legna e del carbone che trasportavo con un carretto spinto a mano.
Il deposito apparteneva a una contessa che aveva il palazzo vicino al deposito, si vendeva la legna dei suoi boschi e il carbone di legna prodotto dai suoi carbonai. La prima delle mie incombenze giornaliere era proprio rifornire il palazzo di legna e di carbone, sia la cucina che le stanze, pulire le varie stufe e caminetti, venivo trattato con molta sufficienza dal personale di servizio che per la nota sindrome della "mosca cocchiera" si riteneva nobile di riflesso e di molto superiore a me, ma di positivo c'era che potevo approfittare dei numerosi avanzi dei pranzi nobiliari e mi sfamavo.
Succedeva che l'ultima delle mie incombenze nel palazzo consisteva nel pulire e rifornire il caminetto della stanza da letto della contessa, lei già uscita.
Quel giorno rientrò inaspettatamente e prese a spogliarsi ignorandomi completamente, si rivestiva, si spogliava nuovamente, faceva toeletta senza badare a me come se fossi invisibile e inconsistente. Io che ogni mattina notavo le coltri del letto disposte disordinatamente e immaginavo eccitandomi che ci fosse avvenuta una battaglia estenuante di sesso.
La contessa era una donna che viveva in quel momento le sue cinquanta primavere che portava splendidamente, ora lei discinta io guardavo con concupiscenza nascosta le sue grosse cosce, il largo culo e il seno abbondante. Da quanto avevo recepito dai discorsi delle domestiche godeva di uno straordinario vigore e appetito sessuale e non mancava notte che qualche baldo ufficiale non prendesse piacere con lei.
Si era autoproclamata "Madrina di Guerra" e assieme ad altre dame sue simili assistevano gli ufficiali dei vari reggimenti che avevano stanza nella città. C'era un particolare entusiasmo patriottico in quel momento, alimentato anche dal poeta Giovanni Pascoli e si parlava di una imminente guerra contro i turchi per conquistare la Libia, considerata la nostra "quarta sponda" e italiana da sempre visto che erano stati gli antichi romani a denominarla così.
Quindi inviti a cena agli ufficiali, feste e nel caso della contessa… lunghi e interessanti momenti di sesso, anche orgiastici, dove la nobildonna si esprimeva al meglio.
Il Reggimento che godeva della sua attenzione era quello dei Bersaglieri, valenti e aitanti soldati… e validi amanti.
Chissà cosa spinse la nobildonna ad interpellarmi dopo che mi aveva bellamente ignorato.
-Giovanotto...-
Mi alzai prontamente e la guardai rispettosamente.
-Si, Signora Contessa...-
-Come mai non sei militare? Un giovane prestante come te!-
-Non lo so... Signora Contessa...-
-Avvicinati...-
Feci alcuni passi verso di lei che si era seduta sul letto e mostrava completamente e senza pudore le sue grosse tette.
-Più vicino...-
Mi portai quasi a toccarla con le mie gambe e lei? Portò la sua mano al mio inguine e lo palpò quasi in maniera professionale, forse come faceva con i suoi stalloni in campagna quando prendeva in mano il loro sacco dello scroto per misurarne la potenza generativa.
-Sei ben fornito e hai delle cosce muscolose, saresti un bellissimo bersagliere...-
Ero alquanto confuso e non riuscivo a spiccicare parola ma in cambio mostravo una erezione più che evidente.
-Uhh... e devi avere un gran cazzo... sembri un toro!-

Mai avrei potuto immaginare una cosa simile, una nobildonna che parlava come una puttana di bordello! Avrei capito successivamente che per lei era solo una immersione nel mondo plebeo, solo una ulteriore esperienza sessuale per soddisfare la sua sensualità non soddisfatta dal piacere provato con l'amante della notte.
Fu lei stessa a calarmi i pantaloni presa da una foga animalesca e dopo un attimo di ammirazione verso il mio cazzo enormemente teso e leggermente curvo verso l'alto, lo prese in mano scappellandolo completamente e iniziò a baciarlo.
-Uhm... adoro e mi eccita la puzza ferina del tuo cazzo, un cazzo non lavato da una eternità che sa di piscio e di sborra vecchia! Lo adoro... e mi manda in bollore il sangue! Vieni che te lo devo mangiare!-
Lo mangiava davvero il cazzo! Riusciva a introdurselo completamente in gola e succhiava, mordeva, leccava e baciava, dall'uretra prese a scorrere un po' di liquido precoitale che lei leccava con assoluta libidine.
Sentivo che non sarei durato neanche un minuto se continuava così e l'avvisai...
-Signora Contessa... sto per godere...!-
-Che aspetti mio bel toro? Sborrami in bocca che ti bevo!-
E si mise a lavorarmi il cazzo con maggior vigore e mi liberai nella sua bocca! Era da un po' che non godevo, che non mi masturbavo e svuotai completamente le mie palle gonfie! Mi inarcai e spinsi il cazzo completamente nella sua bocca mentre sborravo!
Inghiottiva tutto e per continuare dopo riprese a leccarmi lungamente il cazzo che non mostrava cedimenti. Si stese sul letto con le gambe aperte e mi tirò su di se.
Oh... di nuovo quella sensazione mentre le entravo dentro! Mentre lo ficcavo finalmente di nuovo in una fica calda e bagnata! Ora che avevo goduto potevo durare per tutto il tempo che volevo! E volevo far godere lei... la donna che stavo possedendo che ora aveva perso ogni parvenza di nobiltà e smaniava e gemeva come una qualsiasi femmina vogliosa di cazzo. Ah... se la feci durare quella scopata! La sentivo godere mentre affondavo in lei! Mentre la riempivo del mio cazzo duro. Le palpavo le grosse tette, grosse come mai ne avevo viste e toccate neanche al casino, mentre le tenevo le grosse chiappe e la tiravo forte a me, verso il mio cazzo affamato.
I suoi orgasmi? Oh... si che godeva! Eccome! E mi incitava con un linguaggio scurrile da puttana di casino a scoparla sempre più forte e io lo facevo! Mi sentivo un toro... io il toro e lei la vacca! Alla fine sborrai in lei nuovamente e fu di nuovo un mare di seme quello che le misi in fica.
La sua fame non si placò assolutamente e ricominciò il suo lavoro di bocca, mi si mise sopra strizzandomi il cazzo bagnato fra le grosse tette per arrivare poi a mettersi nella posizione del 69 offrendomi la sua fica. In un primo momento questo mi fece senso, non volendo bere proprio il mio sperma portai la bocca sul suo buco del culo, sapido e odoroso e questo mi fece nuovamente diventare il toro che lei voleva, il cazzo riprese pienamente vigore mentre lo succhiava. Ora le spingevo la lingua nel culo e lo sentivo aprirsi, diventare morbido e ricettivo, superai la mia resistenza e passai a leccare, mordere la fica, bevevo la mia sborra, mordevo le grosse labbra esterne e le tiravo in fuori, le spingevo dentro la lingua per quanto potevo e la scopavo, presi a succhiarle forte il grosso clitoride, questo la faceva smaniare sulla mia bocca. Mordevo sempre più forte tanto da farla impazzire. Aveva smesso di succhiarmi il cazzo e tutta la sua attenzione era rivolta alla mia bocca che la torturava! Gli orgasmi? Quelli di una vera multiorgasmica, orgasmi sia clitoridei che vaginali, prima una serie ravvicinati e brevi e poi l'esplosione in uno potente e duraturo, per poi ricominciare. Era la Donna nata per scopare! Mi resi conto che poteva soddisfare tutto il corpo ufficiali del reggimento e non solo. Questa poteva fare la puttana da sola in un casino senza fatica.
Non smettemmo certo! Si era disposta in ginocchio sul bordo letto offrendomi il suo grosso culo, un vero mappamondo di carne morbida e liscia. Cominciai dalla sua fica e presi a penetrarla con forza e continuai per un tempo infinito, violente montate sulla sua groppa tenendola forte per i fianchi, era troppo larga la fica ed era bagnatissima e non ero sicuro di riuscire a godere, lo tirai fuori e provai a vedere la sua reazione appoggiando la cappella al suo buco, lei spinse il culo verso il cazzo mostrando di gradirlo, lasciai perdere ogni timore e scrupolo e spinsi forte. Non oppose la minima resistenza a prendermi dentro, evidente che lo faceva con continuità e mi scatenai in una inculata che diventò parossistica! Spingevo e lo tiravo fuori per poi infilarlo con tutta la mia forza e sentivo i suoi gemiti che rispondevano ai miei grugniti. Le strizzavo forte i grossi capezzoli oppure le strofinavo violento il clitoride per farla godere.
Lei godeva e me lo faceva sentire.
Finì così quel pazzo amplesso sborrando per la terza volta dentro il suo grosso culo. Poi ambedue sfatti e ansimanti crollammo sul letto.
Lei oscenamente aperta che perdeva sborra dal culo! Altro che contessa pensai allora, sei una puttana!
Mi congedò... dicendomi.
-Stanotte avrò qui nel letto il Colonnello Comandante del Reggimento, gli parlerò di te, gli chiederò di arruolarti... dimmi, sai leggere e scrivere?-
-Si... Signora Contessa...-
Le distanze abissali di classe fra noi erano tornate ad erigersi.
-Bene... avrai quasi subito un grado superiore, domani mattina te lo dirò e avrò bisogno del tuo cazzo di toro, quello del Colonnello non riuscirà certo a soddisfarmi... vai ora...-
Ripresi il mio ruolo e tornai alle mie mansioni, in cucina mi aspettavano le occhiate maliziose delle servette ora interessate e curiose e un cospicuo piatto di avanzi della cena della sera precedente, avanzi che divorai.

Alla fine mi aveva donato una splendida scopata e le ero grato, e lei?
Per lei... entusiasta!Si vedeva partecipare attivamente alla guerra rifornendo i ruoli dei Bersaglieri con baldi giovani soldati.

Ottobre 1911. L'ultima donna.
Sbarco a Tripoli..
Arruolato grazie all'interessamento della Contessa, passai tutta la primavera e l'estate nel campo d'addestramento, vita dura, molta disciplina ma di positivo c'era che si mangiava e in abbondanza. Tanto esercizio fisico e corse infinite e poi l'istruzione sull'uso delle armi, ma non era una vita sgradevole, quasi subito ricevetti i gradi di caporale solo per il fatto di sapere leggere e scrivere. E con il soldo potevo andare al casino regolarmente e scopare.

Il nostro Reggimento sbarcò assieme ai fanti di marina e dopo aver conquistato Tripoli ci insediammo nei fortini delle oasi di Sciara Schatt e Hennè. Noi dell'11° Bersaglieri e quelli dell'82° fanteria. Non ancora pronti militarmente fummo attaccati da milizie turche preponderanti e spalleggiate dalla popolazione tribale. Parte del Reggimento fu sospinto verso il cimitero e qui dopo strenua resistenza fu costretto alla resa. Furono catturati così circa trecento dei nostri compagni e quando con una decisa reazione riprendemmo la posizione trovammo un vero massacro. I nostri compagni morti con le mani e i piedi tagliati, alcuni crocifissi e torturati.
Ci fu quindi una azione di rappresaglia verso il villaggio e per tre giorni lo passammo a setaccio, uccidendo sul posto chiunque avesse un'arma, anche un semplice coltello e purtroppo devo confessarlo… commettemmo molteplici stupri... rispondemmo alla violenza con altrettanta violenza...

Lei... la giovane araba era molto bella, di stirpe nobile, figlia del Caid berbero ed era appena fuori dalla pubertà ma comunque già donna nel suo mondo, ancora vergine e fui io a rubargliela la verginità, forse aveva partecipato al massacro dei miei commilitoni o forse no ma in quel momento ero diventato una bestia ebbra di sangue e di lussuria che doveva scaricare nel sesso violento la propria febbre di vendetta.
La spinsi a terra e le strappai i vestiti, nuda cercò ancora di difendersi con i denti e le unghie ma senza alcuna possibilità contro la mia forza, inserii una mia gamba fra le sue costringendola ad allargarle e poi... la lotta per penetrarla, il suo divincolarsi e la mia voglia, infine l'attimo nel quale le rubai la verginità infrangendo il suo imene e il suo successivo e repentino abbandonarsi disperata al pianto e io che soddisfacevo il mio bisogno bestiale di maschio svuotandomi dentro di lei...

Mentre mi rialzavo e rinchiudevo i pantaloni la sentii dire rabbiosamente qualcosa nella sua lingua e poi alcune parole in uno stentatissimo italiano...
- ti leverò gli occhi...-
La lasciai così, aperta e sanguinante e tornai ad uccidere, ancora non avevo saziato il mio bisogno di vendetta.

Prendemmo quindi noi Bersaglieri posizione nel fortino di Hennè, una oasi a sud di Tripoli... e dei miei ultimi momenti posso solo scrivere fino a quando ebbi vita...
Fummo attaccati da un reggimento di regolari turchi che presero posizione davanti a noi e alle spalle da migliaia di arabi, uomini e donne armati di ogni cosa atta a uccidere, bastoni, sassi, coltelli e spade, in breve fummo soverchiati e a nulla servì il nostro combattere, erano dieci o venti contro uno di noi... impossibile resistere.

Cosa ricordo degli ultimi momenti?
Lei... la giovane araba che avevo violentato.
Io legato e lei che mi tagliava la bocca da un orecchio all'altro, mi piantava il coltello nell'inguine e poi... io ancora cosciente, mi levava gli occhi e finalmente perdevo conoscenza e non soffrivo più...
le sue ultime parole...
-Saranno i miei orecchini!-

L'ultima donna del Famèi, morto a neanche vent'anni.

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