martedì 23 luglio 2019

IL SOLDATO. (1. parte)



La piaga è dolorosa, una ferita rimarginata a fatica all'avambraccio e parte della mano destra. Le componenti dell’aggressore chimico che l’hanno colpito sono ancora ignote nonostante i continui esami eseguiti dopo i prelievi di cute. Le cure sono difficili, gli apprendisti stregoni che si definiscono medici si mettono il loro bel camice bianco, lo visitano e provano sempre nuovi farmaci senza un gran successo. Degli incapaci, li ha etichettati fin dall'inizio. Macellai. Segaossa. Neppure un clistere come si deve saprebbero fare. Fottuti scalda sedie.
Deve imbottirsi di antidolorifici, psicofarmaci, droghe per combattere il dolore.
E l’esercito? 
Quello che era la sua famiglia? La sua vita? Il suo passato e che doveva essere il suo presente e futuro? Come sempre non mostra la minima considerazione, né umanità per chi l’ha servito per parte della sua esistenza. Dopo il lungo periodo di malattia passato negli ospedali lo hanno messo a riposo per inabilità fisica con una indennità mensile. Non sono pochi soldi ma non è quello che lui vuole per se stesso. 
Si sente solo. 
Perso come un bambino senza appoggi. Inadatto ad inserirsi in una nuova vita.
Ha preso alloggio in un piccolo hotel economico, una stanza anonima con mobili consunti dal tempo, sempre meglio della asettica camera dell’ospedale dove ha passato lunghi mesi.
Parte del tempo lo passa disteso sul letto, occhi al soffitto, la mano sana sotto la testa, l’altra distesa e ascolta vecchia musica, adora Jimi H. e Morrison. Fuma, alterna sigarette alla cannabis. Beve dalla bottiglia lunghe sorsate di tequila. Quando sente battere la mano anticipa il dolore perché sa che diventerà presto lancinante e prende dosi di antidolorifico sempre più consistenti e sempre più ravvicinate.
Nel tardo pomeriggio come sempre esce.
Indossa degli jeans sdruciti e una t-shirt, usa volentieri quelle degli Hard Rock Cafè, ne ha decine, di ogni parte del mondo, acquistate in loco o in rete e lavate nelle lavanderie a gettone mille volte.
Se la giornata è fredda mette un giubbetto liso quanto lui. Esce e per prima cosa combatte la sua depressione entrando nel bar più vicino per farsi un paio di birre.
Al solito trova un giovialone perditempo, sempre diverso, che non ha niente di meglio da fare che chiedergli cosa ha fatto alla mano, la risposta è la medesima da tempo ormai, risponde che se l’è rovinata a forza di farsi seghe. Condivide la risata del buontempone con un ghigno e non gli da corda. D’altra parte il suo aspetto non incoraggia certo a proseguire la discussione, la sua aria scostante non invita al dialogo e notano anche il suo sguardo cattivo. Il bontempone di turno rinuncia.
Più tardi mangia qualcosa, non gli importa cosa, basta che sia commestibile. E si mette alla ricerca dei suoi antidepressivi personali.
Figa… che cerca in qualche chiavatoio, gli piacciono le puttana un po’ sfatte, alla fine della carriera, vuole qualcosa di particolare ed è più facile che sia qualcuna in difficoltà che glielo conceda. Lui vuole scopare con violenza, usare figa e culo e non usare nessun tipo di precauzione, perso come è in una sindrome di autodistruzione. Gli piace essere violento, mordere forte i capezzoli e percuotere i seni e le natiche non più tanto sode delle donne che scopa. Sfoga su di loro la rabbia che cova, il risentimento verso il destino. Le paga, in cambio di questo, molto di più della tariffa solita. Gli sembra uno scambio alla pari, denaro per un po’ della loro sofferenza.

Poi succede qualcosa che cambia tutto, la sua mente collassa. 
Tutto sfuma in una moltitudine di scenari, dall'Eritrea, alla Somalia e via via fino ai Balcani, cacce solitarie in viaggi senza inizio né fine, paesaggi devastati, guerre che si confondono con altre guerre, gente con altra gente, morti con altri morti.

La sera, la donna che ha rimorchiato e portato in una stanza d’albergo, si rifiuta di fare sesso alla sua maniera, fa la difficile, non vuole scopare senza precauzioni, rifiuta anche se il soldato è disposto a moltiplicare due, tre… dieci volte il prezzo della marchetta. Il soldato s’infuria e la colpisce duramente sul viso con la mano segnata e se ne va. Prende a bere passando da un locale all'altro. Il suo risentimento cresce quanto la violenza repressa che non ha trovato sfogo.
In un bar osserva un uomo, è quasi sicuro di averlo visto vestito da ufficiale in qualche caserma, lo ascolta e se ne convince. E si scatena la sua rabbia come fosse una molla a lungo compressa e infine rilasciata, l’uomo diventa la sua vittima, su di lui il soldato riversa tutto l’odio che prima era generalizzato verso il mondo intero.
Lo odia in una maniera irrazionale.
Questi… l’ufficiale o presunto tale, diventerà la sua valvola di sfogo per questa notte. Quando l’uomo lascia il locale il soldato lo segue e appena ne ha l’occasione, in un passaggio in una strada deserta e buia, lo avvicina. Il soldato è stato addestrato ad uccidere, era il migliore nel suo genere, sa uccidere facilmente e rapidamente anche a mani nude. 
Lascia la sua vittima a terra e si sente stranamente sollevato, leggero. E’ quasi mattina quando rientra e si butta sul letto. Ingoia una manciata di antidolorifici e si annulla in un sonno pieno di sogni allucinati.


Vita dura, trovarsi a ventotto anni senza casa e senza lavoro. Deve muovere il culo quindi, darsi da fare.
Nulla di paragonabile a quando suo marito era in vita, quando arrivava puntuale il bonifico in banca. Non hanno risparmiato, sbagliando, ma tutto sembrava durare per l’eternità. I viaggi, i bei e costosi vestiti acquistati senza problemi, la vita nel lusso. Poi? Il tragico incidente! E lei cade nella miseria.
E’ una bella donna, bruna, la cosa che più la contraddistingue è il seno. Un grosso florido seno che provoca in ogni uomo che lo ammira pensieri libidinosi.
Cerca lavoro.
Deve. Fa molteplici domande d’assunzione e si presenta per i colloqui, ma le sue capacità non sono all'altezza del compito e non viene presa seriamente in considerazione.
Quando mostrano interesse le fanno delle proposte inequivocabili, vuole il lavoro?
Si?
Ebbene… deve farsi scopare, dimostrarsi disponibile. Tutto si riduce a questo, la cosa è tanto ripetitiva che sembra la normalità. Una ovvietà.
Alla fine cede.
Si presenta ad un ennesimo incontro, la fanno entrare nell'ufficio del principale.
Questi è dietro alla pesante scrivania, un uomo grosso, corpulento.
La guarda con attenzione, mostra visibilmente il suo gradimento per l’aspetto fisico di lei e tralascia ogni altro preliminare. Le dice crudamente…

-Vuoi il lavoro? Ti prendo come segretaria particolare, avrai un buon stipendio, basta che mi dimostri di valerlo, vieni qui, ti metti in ginocchio, me lo tiri fuori e mi fai un pompino senza far cadere neppure una goccia sui pantaloni…-

Le fa cenno di girare attorno e di raggiungerlo.
Lei ci pensa ma per poco, la prima cosa che desidererebbe fare è correre via, la seconda quella di mordergli il cazzo così forte da evirarlo, ma è stanca, stanca di lottare. Ormai vuole scegliere la via più facile, la meno faticosa e si adegua.
Si mette in ginocchio fra le gambe dell’uomo e glielo libera, lo tira fuori e prende ad accarezzarlo, sta maneggiando un grosso membro scuro con il glande quasi completamente coperto. Spera di riuscire a farlo venire presto e si impegna solo per questo. Lo accarezza, passa la mano sull'asta piena di grosse vene in rilievo, sente sotto la forte nervatura, gli stringe lo scroto. Avvicina la bocca e lo bagna con la propria saliva. Con le labbra spinge sull’asta la pelle del prepuzio e scopre la grossa cappella scura, bagna ancora e prende a lavorarlo con la bocca. Se lo introduce in bocca sempre più a fondo, si stacca e passa la lingua sul frenulo e lungo l’asta. Torna e baciarlo, lo bacia e lo bagna, se lo introduce fino a dove le è possibile e controlla lo stimolo del vomito.
Lui, il grosso uomo, è appoggiato allo schienale della poltrona, paonazzo in viso e le tiene la testa con ambedue le mani. La tira a sé per farle inghiottire tutta la sua sbarra di carne dura, le scopa così la bocca, tirandola e allontanandola. Lei lo fa ma senza molta partecipazione. Non è coinvolta.

-Come sai succhiare bene! Più di una troia di mestiere! Che bocca hai! Godi il mio cazzo, vero? Ora… fammi venire e bevi tutto! Bevi tutto…!!!-

Con rantolo gode e con vari ripetuti getti le riempie la bocca.
Le alza il viso verso di se tirandola per i capelli.

-Fammi vedere quanta ne ho fatta! Apri la bocca… e fammi vedere!-

Lei apre la bocca e gli mostra quanto è piena del suo sperma.

-E ora bevila… tutta… inghiotti puttana…-

Riceve il posto, inizia immediatamente.
Si sente puttana, ma non è una cattiva sensazione. Anzi, le sembra di aver trovato una nuova dimensione. Il suo compito, lo capisce subito, è di essere la troia a disposizione del principale.


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